Live Report: Russian Circles + Cloakroom (The Cage Theatre)

Impegnati nel tour europeo dal 6 Ottobre scorso, i Russian Circles hanno finalmente fatto tappa anche a Livorno, che li ha accolti in una splendida serata di inizio marzo, il passato li ha visti in tour con grandi nomi quali Tool, Chelsea Wolfe e Deafheaven e con all’attivo 6 splendidi album, tra cui l’ultimo “Guidance” (prodotto da Kurt Ballou, chitarrista dei Converge), uscito nell’agosto di quest’anno via Sargent House, accolto da critica e ascoltatori con enorme entusiasmo per la sua intensità compositiva ed emozionale.

Arrivo al locale molto presto per poter salutare e conoscere i miei beniamini, si non lo nascondo li seguo fin dagli esordi e per me oggi è un giorno da ricordare. Vengo accolto dallo staff del The Cage con gran cordialità ed ospitalità, per l’appunto ringrazio Toto, Mimmo e tutto lo staff che mi hanno fatto sentire proprio a casa per tutto il giorno, coccolandomi fra birra ed un’ottima cena condivisa assieme alle band. Considerando la più che meritata fama di energici live, ci si aspettava una partecipazione da grandi occasioni e le aspettative non sono state disilluse. La loro esibizione è stata l’ennesima dimostrazione della spiccata attitudine live della formazione di Chicago, capace di travolgere tutti con la varietà del proprio universo sonoro, marchio di fabbrica ormai consolidato da ormai una decade. Dopo poco più di dieci anni di attività i Russian Circles continuano ad attirare un pubblico consistente, ma i primi a godere del calore dei tanti partecipanti sono stati i compagni di tour Cloakroom, dal nord est dell’Indiana che, pur non regalando mai nulla di veramente incisivo, sono riusciti a incuriosire i presenti con la loro personale proposta musicale che avvicina stoner e shoegaze, stretti in un caldo abbraccio.  Un basso profondo, la chitarra che non lesina il fuzz, la batteria quasi catartica ed una voce che purtroppo non regala particolari guizzi. Bravi per carità, ma alla fine sembra che il tutto possa scivolarti addosso tranquillamente. Al termine del loro live, approfitto della pausa per avvicinarmi e dare uno sguardo veloce alla disposizione sul palco e a giudicare dal muro di amplificatori e dalle due pedaliere di effetti esagerate che vedo, la serata si preannuncia interessante. Faccio qualche scatto furtivo da buon Nerd per un po’ di sana retro-ingegneria delle pedalboard li in bella mostra e mi acquatto in attesa che i ragazzi inizino il loro set. La conferma non si farà attendere molto, alle 23.10 la band è sul palco e le note di “Asa” avvolgono la sala, lasciata volutamente al buio per tutta la durata del pezzo. Quando il brano scivola nella tribalità di “Vorel” (così come accade anche nell’incipit dell’ultimo disco) le luci di scena si accendono all’improvviso ed il pubblico inizierà quel movimento sussultorio della testa che non lo abbandonerà per tutta la durata del concerto. I brani sono legati tra loro da loops, effetti, feedback e drones, come a voler creare un unico mantra ricorsivo. L’esecuzione di “Deficit” (tratto da “Memorial” del 2013) e di “309” (tratto da “Empros” del 2011) portano ad atmosfere marziali, quasi doom, dalle strutture monolitiche. Gran botta di suono!!! Brian Cook suona di tutto, principalmente il basso, ma anche seconda chitarra, baritona. Ha un controller digitale stile Moog Thaurus al suo fianco insieme ad un campionatore, da cui manda loop e basi su cui stratificare il suono ed enfatizzare le frequenze basse quando usa la baritona. Mike Sullivan alterna arpeggi post-rock delicati e reverberati a delay e fuzz psichedelici, mischiandoli con distorsioni metal e quella sua personale caratteristica di taping che tesse intricate melodie creando overdub su overdub. Dave Turncrantz è preciso e potente ed ha una gran padronanza degli accenti spostati, così come dei colpi non dati, guardandolo suonare sembra così semplice suonare la batteria. L’uso massiccio della macchina del fumo e le luci par dal basso dietro ai musicisti, li rendono poco visibili sul palco e ciò rende l’atmosfera ancor di più eterea, creando una suggestione collettiva. Eseguono “Afrika” (da “Guidance”), “Harper Lewis” (tratto da “Station” del 2008) e “1777” (da “Memorial”), in cui giocano con le dinamiche e con dosi massicce di noise vario, passando dal post-punk allo psycho-metal. La conclusiva “Mladek” (da “Empros”) sintetizza quasi chimicamente diversi tagli di psichedelia, con riffoni metal e il math rock degli esordi. Anche Il bis è quasi un unicum in questo magma sonoro. Un boato accoglie una versione epica di “Youngblood” (da “Station”), che chiude al meglio una performance che ha suscitato molti applausi convinti. Ora l’headbanging può cessare.

Per me l’unico rammarico è che dovrò aspettare il loro prossimo tour per godere nuovamente come in quella magica serata di inizio Marzo. Non ancora del tutto soddisfatto mi dirigo al di fuori del locale per poter dare un ultimo saluto a questa grande band che tanto mi ha fatto stare bene stasera e nel corso degli anni passati. Li ritrovo intenti a caricare il furgone e non facendomi problemi mi dirigo a dargli una mano per caricare gli strumenti, fra sorrisi, pacche sulle spalle e scambi di mail mi regalano il loro ultimo album autografato da entrambi, a quel punto perdo completamente la parola e come un bambino incredulo mi stringo al petto il vinile ed inizio a sorridere inebetito salutandoli con la mano alzata mentre si allontanano con il furgone che li porterà in giro per tutto il restante tour.

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Live report e foto di Giacomo Cerri

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