Live report: Every time I die @ Cassiopeia – Berlino, 03.12.2016

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Prima di tutto, è bene precisare che la band in questione, Every Time I Die, è attiva dal 1998, e dal 2009 è sotto l’etichetta Epitaph: 8 album alle spalle, tour infiniti e continui, tra cui la partecipazione all’Ozzfest, al Warped Tour, al Riot Fest, al Reading Festival, al Download Festival in compagnia sempre di grandi nomi, come System Of A Down, Slayer, Black Sabbath, Motorhead, Slipknot, August Burns Red, Parkway Drive, Devil Wears Prada e tantissimi altri.

Lo scorso 3 dicembre 2016 hanno suonato a Berlino, in un locale di 20 metri per 10: si tratta del Cassiopeia, un centro sociale a due piani adattato a sala concerti con bar e cortile esterno. Una delle innumerevoli qualità del nord Europa è l’orario di inizio dei concerti: gli Every Time I Die hanno iniziato a suonare alle 21.45 precise e alle 22.45 c’era già la fila per riprendere i cappotti nel guardaroba. Purtroppo, mio malgrado, non ho assistito al concerto della band d’apertura, i ‘68 (che deduco abbiano iniziato a suonare alle 20.30).

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Il locale è così “puramente hardcore” che non c’è neanche un’entrata per la band, ma il camerino è esattamente adiacente alla platea, separato solo da una tenda, sbirciando dietro la quale si potevano intravedere i componenti. Improvvisamente la tenda si apre e, incredula, vedo uscire Keith Buckley che si avvia, in mezzo alla folla, verso il palco, e dopo di lui tutti gli altri membri.

Inizia il concerto. “Glitches”: 3-2-1, pubblico in fiamme, pogo immediato. Da subito si notano dei problemi tecnici, il microfono di Keith Buckley ogni tanto “gratta”, ma poco importa, è chiaro a tutti che sarà un concerto selvaggio. E così è stato.

Un susseguirsi di vecchi successi, come “Ebolarama”, “Decayin’ with the boys”, “Wanderlust”, sapientemente bilanciate con le canzoni del nuovo album, “Low Teens”, uscito il 23 settembre 2016 (“Petal”, “Two Summers”, “It Remembers”, “The Coin Has A Say”, “Fear and Trembling”). Felicità immensa personale quando hanno rispolverato tre “bombe” tratte da “Gutter Phenomenon”, il mio loro album preferito: “The New Black”, “Apocalypse Now And Then” e “Bored Stiff”.

Il pogo non si è mai fermato durante tutto il concerto, il crowd surfing è stato fomentato da Buckley che ha invitato sul paco un ragazzo che aveva ammesso di non aver mai surfato sulla folla e che ha avuto il suo “signor battesimo”. Ho visto tre persone contemporaneamente fare crowd surfing (e ricordo che il locale era di 30 metri quadri!) tra cui il chitarrista Jordan Buckley che più volte si è tuffato a suonare supportato (in tutti i sensi) dalla adorante e lealissima folla.

Questo non è il concerto degli Every Time I Die, questo è il concerto di tutti noi, perché tutti noi insieme stiamo creando questo, quindi salite sul palco, cantate con me, fatevi sentire”, queste le parole di Keith Buckley, che a fine concerto ha fatto salire tutto il pubblico sul palco.

Un vero concerto hardcore. Una band strepitosa a cui piacciono (e che merita) i palchi enormi, ma la cui natura li porta, evidentemente, a dare il meglio anche in realtà piccole e pure in cui a farla da padrone sono gli abbracci sudati, la privacy pari allo zero e la potenza selvaggia della musica.

Francesca Paolini

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