Every Time I Die – Low Teens

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E’ uscito il 23 settembre, si intitola “Low Teens” l’ultimo disco degli Every Time I Die firmato Epitaph. Etichettare questo gruppo all’interno di un genere sarebbe un grave errore: sono stati definiti metalcore, harcore-punk, post-hardcore, screamo-core, alternative metal e in realtà sono esattamente tutto questo!

Come i dischi passati della band, anche questo mescola sapientemente ingredienti tanto variegati da rendere l’ascolto abbastanza complicato: a farla da padrone sono ritmi decisamente più hardcore che metal cui si amalgamano le formidabili potenzialità vocali di Keith Buckley, che passa dallo screamo al cantato melodico con una facilità disarmante.

“Low Teens” è un disco molto intimo, soprattutto per quanto riguarda le liriche, infatti segue un periodo delicato della vita di Buckley, quando sua moglie ha rischiato la vita a causa di complicanze durante la gravidanza. Il tormento è evidente già dalla prima canzone “Fear and trembling”, in cui l’accattivante giro di chitarra iniziale apre la strada alla bomba che esploderà pochi secondi dopo, con pause e accelerazioni che amplificano la sensazione del dolore (“Though it may haunt us and break out hearts, death cannot tear us apart”).

Glitches” e “Just As Real But Not As Brightly” sono le più affini alle sonorità precedenti della band, un susseguirsi di riff schizofrenici, rullanti violenti e breakdown tipici del genere su cui è inevitabile l’headbanging in qualsiasi posto ci si trovi. Anche “C++ (Love will get you killed)” ha sonorità familiari (“Gutter Phenomenon”) ed il testo ripete lo strazio di un uomo che implora i medici di fare l’impossibile pur di salvare la donna che ama (“Tried to speak to machines/Tried to plead with machines/Pull me from the ledge I hear ‘em, they’re praying”).

La linea vocale pulita e melodica di “Two Summers” si amalgama con il tessuto musicale contraddistinto da energia e velocità: la classica canzone che si consiglierebbe come primo ascolto ad orecchie poco predisposte a sonorità hardcore/metalcore. “It remembers”, anch’essa dalla linea vocale impeccabile – salvo esplodere nel ritornello – vede la collaborazione di Brendon Urie (Panic! @ The Disco) ed è stata scelta come primo video della band diretto da Brandon Dermer.

Il tema centrale di “Petal” è il momento della nascita della figlia di Keith (If I have to walk alone I’m giving up, I can’t stay here knowing love is not enough. Untimely ripped into this world, I was born again as a girl”) mentre sia i riff che le liriche di “Awful Lot” sono prepotenti (“We used to talk to God with acid on our tongues. We were divine when we were drunk,Before the world put out the fire and fed us crumbs”) e non è da meno “Religion Of Speed” il cui intro delicato non preserva dal catapultare immediatamente dentro un vortice altalenante in cui l’aggressività metal impreziosita da venature stoner, lo screamo e la melodicità vocale estrema si fondono per tutta la durata della canzone.

In conclusione, c’è da dire che non è possibile un approccio leggero alla musica della band di Buffalo (già il nome evoca scenari poco felici) e sicuramente sono complicati da decodificare, ma certamente non lasciano indifferenti.

VOTO: 7.5

PEZZO PREFERITO: C++ (Love will get you killed)

Recensione di Francesca Paolini

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